COME SE AVESSIMO SEMPRE DODICI ANNI. CIAO FRANCO

Ciao, Franco, o meglio addio, per sempre.

Te ne sei andato qualche notte fa, uno degli ultimi giorni di febbraio di questo bisestile 2020. Sei uscito di scena in punta di piedi, dopo due anni di sofferenza, a causa di un morbo progressivo e implacabile, con il non invidiabile privilegio di essere l’unico, in Italia, a esserne colpito, pochissimi altri casi in tutto il mondo. Una malattia rara, sopportata con cristiana rassegnazione; ma tu, credente, lo eri davvero.

Io, credente, (purtroppo), non sono, ma eravamo amici, ottimi amici.

Da quando? Qui il ricordo esatto mi manca, ma direi da sempre, da quando eravamo bambini, tu di due anni più grande di me. Io ero “quello del mulino”: una casa sul fiume, senza vicini, senza altri bambini attorno, per giocare. Tu scendevi dal paese e portavi due caprette, Tirino e Cornetta, a pascolare lungo il fiume. Poi arrivavano altri ragazzini e si giocava tutti insieme. Accendevamo fuochi, rubavamo le patate e le facevamo bollire in barattoli di latta raccattati lungo il fiume, per mangiarle. Non che avessimo fame, era un gioco, come quello di gettare tra le fiamme lastrucce di eternit (pensa te), resti della Centrale Idroelettrica fatta esplodere dai soldati tedeschi, per il solo gusto di vederle gonfiare, scoppiare e saltare in aria. Giochi di bambini del dopoguerra.

Avevamo sempre in tasca una scatola di fiammiferi per i fuochi,  un coltellino (ancora più ambito se c’era qualche aggeggio in più, tipo una limetta per le unghie) e un cartoccino di sale. Il fiume si riempiva delle voci di noi ragazzi. Facevamo anche il bagno, imparavamo a nuotare. Ma quando tu ed io eravamo soli, un occhio alle capre che non andassero a brucare proprio tra l’erba spagna, mi dicevi: “Tu che d’inverno abiti giù in citttà, chissà quanti film avrai visto, raccontamene uno”. Ed io, che non avevo il coraggio di confessare che di film non ne avevo visti, perché non avevo mai i soldi per andare al cine, me li inventavo, quei film, e magari riadattavo e riassumevo le storie che leggevo nei giornaletti che a volte proprio tu mi prestavi, Il Piccolo Sceriffo, Sciuscià, Tex Willer, o in quel romanzo che mi era piaciuto tanto e in cui il protagonista, Rompicollo, era un ragazzo che si batteva contro gli Inglesi nella guerra Anglo Boera, in Sudafrica. Chissà chi l’ha scritto e che fine ha fatto, quel libro. Tu stesso non ne ricordavi più nulla.

Ma quei film inventati e quei fumetti a strisce sottili ci facevano sognare. Già. Ma cosa sognavamo, per noi, da ragazzi? Io forse di diventare uno scrittore, da grande, e raccontare storie, come accadeva giù nel fiume. E tu?

Siamo cresciuti, abbiamo lasciato il fiume. Tirino e Cornetta che fine hanno fatto? Non te l’ho mai chiesto. Siamo diventati adulti, ognuno per la sua strada. Hai fatto il servizio militare, in marina, pensa te, addirittura come sommergibilista, ma non ti piaceva stare rinchiuso là dentro, un montanaro sotto il livello del mare, e dicevi, scherzando: “Se scoppia una guerra vado a rimpiattarmi su per i boschi”. Poi, come tanti pavanesi prima di te, sei emigrato, minatore di galleria in Svizzera; la prima sera, su al cantiere a non so quanti metri alto (siamo montanari d’Appennino), prendesti una grande “balla” di grappa, dal magone che avevi. Una volta rientrato in patria sei stato per un bel po’ di tempo senza mangiare patate, da quante te ne erano toccate, in Svizzera.

Ti sei ristabilito a Pàvana, ti sei sposato (con l’eroica Ariela, che ti ha assistito con amore fino alla fine) e facevi l’idraulico per il Comune. Forse era stato questo il tuo sogno: sposarti, avere figli (Pamela e Tamara), generi (Valerio e Gian Paolo), nipoti, (Odri, Natan, Amber e Tommaso). Tanti, e una di loro ti ha reso addirittura bisnonno. La portavi al fiume, la più piccola, perché imparasse la strada, e si bagnasse i piedi nello stesso fiume in cui te li eri bagnati tu, alla sua età. So che eri felice, in questi ultimi anni, per le tue figlie e i tuoi nipoti.

Ci siamo persi di vista e poi ci siamo ripresi, da più vecchi (siamo nati presto, dicevi) e soprattutto quando sono tornato ad abitare in paese, il ritorno alle origini. Mi hai fatto il grande piacere e la grande sorpresa di ripulire e far ripartire l’orto che, alla morte di mio padre, era stato abbandonato. Hai ricostruito il cancelletto, hai innestato un susino con un ciliegio zambello che vedevo di fronte a casa, in un pezzo di terra tua. Hai piantato due filari di piselli e due di insalata e di pomodori.

Quanti ricordi mi si affollano nella mente. Episodi lontani e vicini nel tempo. Di quando, giù al fiume, ti fumasti (non fumavamo sul serio, giocavamo coi vizzadri) un sigaro che era stato mandato in dono dai tuoi parenti americani. Tirasti due o tre boccate poi impallidisti e, per dirla alla pavanese, diventasti verdo comme un cilgiotto, ti rovesciasti su un sasso e arcaciasti verodìo tutte le patate che avevi manghiato fino a quel momento. Quei parenti americani li rintracciai durante una mia permanenza di due settimane negli U.S.A., a Providence, Rhode Island: stavano in Vermont. Il figlio dell’emigrato ti venne poi a trovare, in paese, prima che ti ammalassi; l’unico  pavanese a rimanere là, l’unico a fare lo scalpellino e non il minatore di carbone in mina; il fratello, credo, di tua madre Argìa, un Nativi, come i tanti Nativi di Pàvana, come anche mia nonna Amabìlia, e chissà che un po’ lontani parenti non lo si sia stati.

Troppe cose vorrei raccontare, ma le immagini mi si accumulano nella testa e mi bloccano i pensieri: la tua passione e il tuo costante impegno per il paese, per questa benedetta e maledetta Pàvana; le attività in favore della Pro Loco, lo sforzo compiuto per restaurare il tetto del Circolino disgraziatamente distrutto da un incendio, il tuo lavoro per animare e organizzare le mille manifestazioni locali. Sempre sorridente, sempre amichevole, mai arrabbiato; gentile, educato, un sostegno per chi aveva bisogno ma con grande semplicità e aiutato da un grande senso dell’umorismo e di autoironia.

Ogni mattina mi portavi il giornale; arrivavi col vespino, perché le edicole distano più di un chilometro e io non ho la patente. Si sentivano il rumore del motore (“Senti che gioiello”, dicevi, secondo una vecchia battuta del “professore” Arrigo), l’ aprirsi della porta a vetri e la tua voce che chiamava, “Ehi, di casa!”. Prendevi per me Repubblica e per te Il Giornale, quello di Berlusconi, perché avevamo idee diverse e discutevamo di politica ma non abbiamo mai litigato.

Scusa se sono confuso e salto da un argomento all’altro ma il dolore mi ottunde e le idee si sovrappongono, cozzando l’una contro l’altra.

Sapevi che non sono credente e che non riesco a immaginarti in un paradiso cattolico. Ma ce l’ho in mente un mio paradiso, una sorta di luogo dove ci ritroveremo con tutti quelli che come te, ci hanno lasciato: tuo cugino Marcello, il primo ad andarsene, Giordano Natta, Paolo “Pitto”, tuo fratello Giancarlo, Arrigo, Nino Gocchia e tutti i nostri vecchi, i miei del mulino e i tuoi, tuo babbo Casari veronese e tua madre Nativi pavanese, e tutti gli altri, quelli che ricordiamo e non ci sono più. So che sarà bello verderli tutti assieme di nuovo, come una volta, tutti vivi, come li abbiamo conosciuti.

Il fiume, lo sai, ora è deserto. Ma si riempirà ancora di ragazzi contenti di fare giochi, di cuocere le patate, di fumare i vizzadri e le foglie di rosa nelle pipette di terra greca cotte da noi, di tirare boccate di falso fumo con bocchini di fico. Come se avessimo sempre dodici anni.

Ciao, amico mio. Un abbraccio affettuoso.

 

Francesco