Quasi come Dumas


IL DISCO

Uscito nel 1988, “…quasi come Dumas…” è il quattordicesimo album di Francesco Guccini.

Passati vent’anni dal 1968 Guccini sente odore di rievocazioni e parlando di quel periodo dice: “La cosa più bella, per le canzoni, fu la scoperta che con una chitarra potevi raccontare quello che volevi, che sentivi, che ti veniva da dire. Uno strumento di comunicazione eccezionale, al di là di poesie e altre cose sulla carta che spesso rimanevano lì, sterili; una botta a caldo improvvisa e che improvvisamente usciva e girava per le strade e magari capitavi in una osteria sconosciuta e sentivi uno sconosciuto che armato di una chitarra come la tua cantava proprio la tua canzone, quella che avevi scritto una settimana prima, che avevi cantato ad un amico che, l’aveva cantata in giro e qualcun altro l’aveva ripresa e così via. Prima dell’industria discografica, pura trasmissione Orale».

Così Guccini rispolvera alcune sue vecchie canzoni di quel periodo per andare, forse un po’ polemicamente, oltre le etichette che nel bene e nel male ti attaccano sempre addosso. «Le canzoni sono qui, cambiate negli arrangiamenti perché quelli li senti decisamente datati, ma parole e note probabilmente capaci di svolgere ancora la loro funzione di comunicare, se le canto a gente che forse non era ancora nata quando le ho scritte ma che le accoglie ancora con entusiasmo»

 

Il disco è stato registrato dal vivo nel 1988 al Palatrussardi di Milano (17 settembre), al Palasport di Pordenone (26 settembre) e al Teatro dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata d’Italia a Praga (3 ottobre).

Nel disco hanno suonato Vince Tempera (tastiere), Ellade Bandini (batteria), Juan Carlos “Flaco” Biondini (chitarre), Roberto Manuzzi (sassofoni, armonica e tastiere), Ares Tavolazzi (basso).

Il disco è prodotto da Renzo Fantini. Speaker: Alexandra Vàvrovà. Studio mobile Umbi Modena, tecnico del suono Maurizio Maggi.

Missaggi Cetra Art Recording, tecnico del suono Ezio De Rosa con l’assistenza di Alberto Boi. Cover concept e fotografie: Roberto Serra. Art: Alessandra Callari.

 

 

CURIOSITA’

 

Il disco contiene una canzone inedita: Ti ricordi quei giorni.

Tutte le canzoni sono scritte da Guccini, ma per la prima volta Auschwitz è ufficialmente firmata da Francesco.

RECENSIONI

Da “Ciao 2001” del 12 dicembre 1988, un articolo di Andrea Terrinoni:

 

Foto tratta dalla rivista “Ciao 2001” (1988)

In effetti, lui non poteva mancare. Nel 1988, nell’anno delle celebrazioni dei vent’anni dal ’68, si è sentito quasi costretto dagli eventi a pubblicare “Quasi come Dumas”, una raccolta di canzoni rigorosamente presessantottesche registrate dal vivo a Milano, Bergamo e Praga quando fu invitato dal locale Istituto Italiano di Cultura a tenervi un concerto. In un certo senso, ha voluto dire la sua sull’argomento perché, ricorda lui stesso, “ho fama di essere cantante sessantottino” anche e questa etichetta gli è sempre stata molto stretta addosso. Guccini, dal punto di vista delle tematiche, del nuovo approccio con la canzone ha anticipato il ’68, lo ha fiutato ma ha sempre evitato di esserne considerato una bandiera. L’album contiene otto brani, tra i quali spicca una canzone composta molti anni fa da Guccini, ma mai incisa su disco… Si chiama “Ti ricordi quei giorni”; non si può parlare di un titolo vero e proprio, è che l’ho sempre chiamata così. E’ una canzone che feci nel ’64, un paio di mesi prima di ‘Auschwitz” e posso dire che si tratta dell’ultima canzone fatta prima della svolta che presi appunto con “Auschwitz”: E’ una canzone che è sempre piaciuta agli amici o ai giornalisti che l’hanno ascoltata, io non l’ho mai incisa prima perché non la vedevo in sin toni a con la mia produzione di allora. Adesso, con l’occasione di un disco rievocativo, potevo inciderla, o adesso o mai più.

 

Hai parlato della svolta di “Auschwitz” …

Per me, più che per gli altri, si trattò di uno shock, di un cambiamento radicale con il passato. Mi venne con grande semplicità in un pomeriggio del novembre del ’64 mentre ero alle prese con un esame di latino. Circostanza non casuale perché essendo la voglia di suonare molto più forte di quella di studiare non perdevo occasione per interrompere la lettura con rilassanti pause. In una di queste, appunto, venne fuori “Auschwitz”.

 

Francesco, anche se può sembrare un discorso un po’ crudo, tu oggi sei uno dei cantautori che vende di più, i tuoi dischi sono ancora tutti in catalogo: credi che il tuo pubblico sia composto da una buona parte di “fedelissimi” o che ci sia stato un ricambio con le nuove generazioni?

E’ una cosa che puoi vedere tranquillamente ai concerti: il mio pubblico, oltre ai coetanei che mi hanno sempre seguito, è fatto anche di ragazzi che vanno da quindici ai venti anni, e questo spiega anche il perché del catalogo che continua a funzionare. Colgo l’occasione della tua domanda, però, per fare un discorso che riguarda l’atteggiamento che si ha nei confronti della canzone. Per me è un grosso errore che venga considerata materia esclusiva di giovanotti. Succede spesso che la canzone venga abbandonata una volta che si cresce, che ci si forma una famiglia; si passa a comprare Beethoven, giustamente, a comprare dei libri, giustamente, ma si elimina la canzone. Ecco, questo per me è un grande errore.

 

Credi che oggi si possa parlare di una scuola emiliana di cantautori, con i vari Carboni e Rossi, fatta di artisti che sono, un po’, figli tuoi?

Io penso che siamo tutti figli di tutti, nessuno inventa niente. Ora io so di essere il meno citato dai colleghi quando parlano dei loro padri spirituali, sinceramente non so perché, o forse lo so ma il discorso sarebbe un po’ lungo e curioso… lo penso che anche i cantautori romani, che hanno cominciato dopo di me, stai sicuro che De André e Guccini li hanno ascoltati, qualcosa da loro può essere che abbiano preso. Io da parte mia, ti posso dire che a diciotto anni andavo ad ascoltare un complesso, i Golden Rock Boys, il cui batterista era un certo Andrea Mingardi. Vedendo questo gruppo che mi piaceva, che aveva successo, che aveva le ragazzine, a noi modenesi venne voglia di fare un complesso su quello stile. Quindi, perché non dire che Andrea ha avuto una parte nello spingermi a suonare piuttosto che a fare altre cose? Magari io poi ho fatto, da parte mia, delle cose che lui, in modo o in un altro ha recepito in un secondo momento. Per questo ti dico che è difficile vedere l’origine delle varie direzioni musicali, perché si lavora in un ambiente dove uno spinge l’altro. Può darsi ad esempio che Lolli, con cui sono più direttamente amico, abbia cominciato a fare delle canzoni ascoltando anche le mie, ma è anche verosimile che lui poi abbia fatto delle cose che hanno spinto me a farne altre.

 

Dal punto di vista della canzone impegnata, esistono ancora intuizioni capaci di portare a riflessioni come dieci o venti anni fa?

Direi che certe spinte esistano ancora nella canzone d’autore. Tempo fa sorse una polemica da un articolo di Roberto Gatti sull'”Espresso” con tanto di lettera di risposta di De Gregori. Gatti diceva che l’impegno oggi è ricercabile solo all’estero, i nostri non lo fanno più. Non è vero, i nostri cantautori, me compreso hanno abbandonato certi schemi perché i tempi sono cambiati, perché le atmosfere sono diverse. I giornalisti avrebbero gridato alla noia se avessimo continuato a fare le stesse cose. Non abbiamo ‘certo cambiato per paura dei giornalisti, ma perché i tempi erano obiettivamente diversi; però la canzone rimane sempre, se vogliamo usare questa espressione, una canzone d’impegno. Non si tratta di una canzone d’evasione, dove le parole sono messe solo per riempire una melodia. Ci sono testi che dicono delle cose, testi esistenziali, che parlano di momenti della vita di tutti i giorni.

 

In ogni caso questa critica è stata appoggiata da varie parti: non credi che sia il frutto di un errore spesso commesso negli anni settanta quando il cantautore veniva eletto a simbolo, a bandiera, a riferimento di un qualcosa che poi, alla fine, nessuno di voi ha mai cercato di rappresentare?

Foto tratta dalla rivista “Ciao 2001” (1988)

Più che un errore, direi si trattò di una prospettiva falsata. I giovani di allora erano molto politicizzati, e prendevano queste canzoni come la poesia di quegli anni. La canzone aveva il vantaggio di essere più immediata, ripetibile, era un momento di aggregazione perché bastava che ti mettessi con una chitarra ad una festa ad una gita e creavi delle emozioni coinvolgenti. La canzone aveva questo enorme fascino popolaresco e quindi secondo l’ottica di quegli anni, la canzone (o meglio chi stava dietro alla canzone) era diventata una figura quasi mitica: fino ad arrivare a quegli enormi sbagli che furono i processi, come nel caso di Francesco De Gregori. A me successe una cosa del genere solo una volta, a Verona, ma in maniera abbastanza ridicola. C’erano dieci o venti persone che mi contestavano, mentre l’intero pubblico era dalla parte mia. Insomma ne vennero fuori tre giorni di grande divertimento, perché la gente tornava ogni sera a vedere come me la sarei cavata a battute contro quel gruppetto. C’era insomma una visione falsata della situazione e non a caso in quel momento nascono canzoni come’ ‘Cantautore”, “Sono solo canzonette” o la mia “L’avvelenata” .

 

Il suonare insieme con gli amici, magari davanti ad un fiasco di vino, rimane sempre una delle tue maggiori fonti di ispirazione?

Onestamente no, i tempi sono molto cambiati, la vita tranquilla, al di là dei concerti, rimane una mia prerogativa, ma non c’è più, purtroppo,quella abitudine che avevamo fino al ’78 di vederci ogni sera con gli amici per parlare e, soprattutto, per cantare insieme. Adesso queste occasioni sono rarissime. Ci vediamo lo stesso ma il fatto di cantare non è più una cosa così frequente come allora. Sono cambiati i tempi, sono cambiati i posti, e anche noi, tutto sommato, siamo cambiati.

 

A proposito di cantare insieme, tu hai partecipato alla recente edizione del “Club Tenco”. Quale atmosfera hai trovato dal punto di vista della collaborazione con i tuoi colleghi?

In generale l’atmosfera era buona. Però, quello che a me dispiace, è che è difficile, se non conosci uno da tempo, allacciare dei rapporti veri. C’è cordialità, ma una cordialità che non prelude a niente di più profondo. Tra noi esistono delle diffidenze, è difficile entrare nella guardia di un altro, esistono dei pregiudizi, e come io li ho nei confronti di altri, altri li hanno nei miei confronti. A riguardo ti voglio raccontare un episodio. Quando andai a cantare la. strofa di “Emilia” nel disco di Dalla e Morandi, non loro, ma piuttosto i tecnici si aspettavano una persona che non fosse assolutamente in grado di cantare, che avrebbe perso chissà quanto tempo per cantare una strofa. lo sono arrivato, ho cantato la mia parte, e tutti si sono meravigliati del fatto che sapessi fare il mio mestiere. Io da parte mia sarei molto più sciolto, più compagnone, ma vedo il grande sospetto degli altri che in un certo senso mi blocca.

 

Torniamo un attimo a parlare del disco. I musicisti sono sempre gli stessi?

Sì, Ares Tavolazzi al basso, Juan Carlos Biondini, “Fiacco”, alla chitarra, Vince Tempera alle tastiere, Roberto Manuzzi al sassofono, tastiere e armonica e Ellade Bandini alla batteria. Vorrei sottolineare che grazie a questo gruppo da alcuni dischi a questa parte siamo riusciti a creare un sound nostro, riconoscibile, frutto di un lavoro comune.