L’ultima thule


IL DISCO

L’ultima Thule è il ventiquattresimo ed ultimo album di Francesco Guccini, Uscito il 27 novembre 2012, l’album è stato registrato all’interno del Mulino della famiglia Guccini a Pavana.

Il disco si è rivelato l’ennesimo successo per Guccini: nel giro di un mese ha venduto più di 100.000 copie, risultando tra i cinque album più venduti in Italia nel periodo natalizio.

A fine 2013 la FIMI gli ha attribuito il secondo disco di platino, per le oltre 120.000 copie vendute.

Nel corso dello stesso anno è stato realizzato il film Francesco Guccini La mia Thule che documenta la registrazione del disco, in una sala di incisione particolare e creata per l’occasione nel mulino di Chicòn, a Pàvana, in cui il cantautore abitò e a cui sono legati alcuni momenti della sua vita e alcune sue opere letterarie e canzoni.

Questo disco non è stato presentato in tournée dall’autore.

 

Con Francesco Guccini alla voce, hanno suonato nel disco: Juan Carlos Biondini (chitarra, mandolino), Pierluigi Mingotti (basso, contrabbasso, oboe), Ellade Bandini (batteria), Vince Tempera (pianoforte), Paolo Simonazzi (ghironda), Vittorio Piombo (violoncello), Roberto Manuzzi (fisarmonica, armonica a bocca, tastiera, sassofono soprano, flauto, sintetizzatore, clarinetto, organo Hammond), Antonio Marangolo (sassofono tenore, sassofono soprano, percussioni).

L’album è stato distribuito in formato LP (in edizione limitata) e CD.

L’Ultima Thule è l’unico album di Guccini che non è uscito in formato MC.

 

CURIOSITA’

 

Come copertina del disco Guccini ha scelto un veliero fra i ghiacci polari, una foto scattata da Luca Bracali durante i suoi viaggi.

L’edizione digitale contiene anche un video registrato a Pavana in cui Francesco Guccini racconta i giorni della lavorazione de L’ultima Thule.

Franco Casari e Ariela Caruso sono le voci intro in “Canzone di notte n.4″, mentre il Fiume Limentra è la ”voce” ne “L’ultima volta”.

RECENSIONI

Da “La Repubblica XL” del Dicembre 2012:

Quella di Pavana è “la casa sul confine dei ricordi” raccontata in “Radici” e in tante altre canzoni. Da anni Guccini vive qui, sull’Appennino Pistoiese al confine tra Toscana ed Emilia. Non è un ritiro, né una fuga, ma una scelta consapevole. Un luogo dell’anima dove ci accoglie con antica cortesia, tra pile di libri e mobili riempiti di storie. Dice che questo sarà il suo ultimo disco. Lo ha registrato a poca distanza, nel vecchio mulino dei nonni restaurato qualche anno fa da un suo cugino. Otto pezzi, come un vecchio Lp. Lo ha chiamato “L’ultima Thule”, metafora di un approdo definitivo: «Ho pensato all’immagine della nave col navigatore da solo senza più ciurma, con le vele smesse, nel suo ultimo viaggio. Ci pensavo fin dai tempi di Radici, che volevo intitolare proprio “L’ultima Thule”, e il primo verso l’ho scritto quindici anni fa. Credo di aver letto della leggenda di Thule (un’isola nell’estremo Nord d’Europa, raccontata dall’esploratore greco Pitea e trasformata poi da Virgilio nel mito di una terra al di là di ogni mondo conosciuto, ndr) tanti anni fa in un libro di Borges, e mi è rimasta dentro. Come mi è rimasta addosso l’immagine di un quadro di Bocklin, L’isola dei morti, che rappresenta una zona finale tra i ghiacci, dove non c’è più vita. Nulla a che fare con la Thule dei nazisti, ovviamente». Poi spiega la scelta dell’immagine di copertina, una foto di un veliero tra i ghiacci scattata dal fotografo Luca Bracali, e del freddo che evoca in lui l’idea della morte: «Questo navigatore che ha passato tre volte Capo Horn, che allora era un’impresa eccezionale, che ha visto animali rari e luoghi misteriosi, si ritrova a pensare di essere arrivato al traguardo. E la fine per me è fredda.

Foto tratta da “La Repubblica XL” (2012)

Oggi, quando ti ritrovi tra amici, cominci a ricordare tutti quelli che non ci sono più. Non vivo nella tragedia, ma è difficile non pensarci. Tante cose sono state fatte e non si faranno più. E poi c’è la coscienza che anche queste canzoni, e chi le ha scritte, verranno dimenticate. Senza drammi, ma è così». Poi il discorso scivola su un’altra canzone del disco, “L’ultima volta” (quando è stata quell’ultima volta che hai sentito tua madre cantare? Quando in casa, leggendo il giornale hai veduto tuo padre fumare mentre tu ritornavi a studiare?»), che fa venire a sua volta in mente un verso di “Amerigo” (Finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo»), la canzone che a metà dei 70 aveva dedicato al suo prozio Enrico partito emigrante per l’America e tornato poi a Pavana in vecchiaia: «Ho il rimorso profondissimo di non avergli chiesto nulla della sua esperienza da emigrante, ma allora la mia testa era rivolta a tutt’altro. Io sono agnostico, ma mi piace immaginare una specie di panteismo, una possibilità di rivedere queste persone che a un certo punto non ho visto più». Malinconie ne ha sempre avute, come anche la passione per la canzone civile, quasi epica: “Su in collina” è una canzone che fotografa un momento eroico di lotta partigiana. Ho tradotto in italiano una poesia dialettale bolognese, che mi ha segnalato Loriano Machiavelli. Mi ha colpito la crudezza, la bellezza dell’episodio. Quel giorno d’aprile è un brano liberatorio, l’immagine del 25 aprile 1945. E poi c’è “Il testamento di un pagliaccio”, che racconta utto il malessere contemporaneo». Un malessere non esistenziale, ma legato al contesto sociale. Gli chiedo se ha ancora il pragmatismo di qualche anno fa, quando disse «poche storie, se c’è Rutelli, si vota Rutelli» e se accetterebbe un incarico pubblico come ha fatto Battiato: «Ma quella frase su Rutelli era dettata dalla necessità: lì bisognava battere Berlusconi. Parlando dell’oggi, se vince Bersani voto PD. Mi sembra una persona seria. Se vince Renzi non lo so. E comunque rifuggirei da ogni incarico per senso di inadeguatezza. Una volta mi proposero di diventare il direttore artistico del Teatro Comunale di Bologna e li ho presi per matti. Battiato organizza già un festival e sicuramente conosce già certi meccanismi. lo non sarei assolutamente capace». E non è curioso, per lui, che la destra (specie i ragazzi) si sia avvicinata alla sua musica? «La cosa mi sorprende. Ma ho anche letto che Che Guevara è ormai un’icona della destra. Si vede che tutto quello che ha sfumature di eroico, di rivoluzioni, di gesto simbolico fa parte del loro mondo». Non sarà che a sinistra il pensiero si è fatto debole? «Non saprei. Però vedo che la sera con gli amici, quando escono certe canzoni anarchiche, di officina, la gente si infiamma. C’è bisogno di questo tipo di mitologie. Si rischia la retorica, ma servono». Così finiamo a parlare del potere delle canzoni, dei pellegrinaggi di fan vecchi e giovani in quella casa e su al mulino (e molti cercano la porta verde di Amerigo, che però non c’è più: è stata sverniciata e riportata al colore naturale») di Pavana com’era e delle tante storie conservate nella memoria. Mi viene in mente che io e lui siamo paralleli, ma non so bene cosa possa significare. Mi dice che oggi lo infastidiscono la politica, certa tv, la corsa al guadagno, ma poi aggiunge che sono frasi fatte, fin troppo ovvie. Provo a chiedergli un ricordo, una suggestione di qualche collega. Comincio con Domenico Modugno: «Da giovane ho fatto per due anni il giornalista. Lo intervistai nel ’59, e come spesso accade ai giovani ero spocchioso e lo trattai male. Me ne scuso ancora oggi, era un grande personaggio». Lucio Dalla: «Povero Lucio. Ci vedevamo spesso, abbiamo fatto anche una canzone insieme (Emilia), ma non siamo mai stati veramente amici. Eravamo molto diversi. Lui non capiva come facessi a stare mesi interi quassù: era vulcanico, frenetico». Battiato: «Abbiamo esordito in tv nello stesso programma, la stessa sera. Poi l’ho incontrato di nuovo al Tenco anni dopo: il più grande barzellettiere che abbia mai conosciuto!». De André: «Era un coetaneo. All’inizio ci studiavamo: fummo i primi a fare canzoni che non parlavano solo d’amore. Poi una volta ci sfidammo a scopa all’Osteria delle Dame: devo avere ancora mille lire firmate da lui dopo una sconfitta. Ma lui dovrebbe averne mille mie… ». Ligabue: «Il caro Liga! I modenesi, ora che si è tagliato i capelli, hanno commentato: “Finalmente si vedono gli spigoli”. Perché a Modena dicono che quelli di Reggio e provincia hanno la testa a spigoli. Mi piace perché ha conservato gli stessi amici di sempre, lo stesso mondo». Gaber: «Con lui eravamo veramente amici. Parlavamo di tantissime cose. Avrei solo voluto dirgli, ai tempi de “La mia generazione ha perso”, che no, non era vero, la mia generazione non aveva perso». Guardo i libri sparsi in casa e gli chiedo se davvero internet e la tv hanno impigrito le giovani generazioni rispetto alla lettura: «Un po’ sì, ma dipende dalla vocazione alla lettura che uno ha: io se non leggo qualcosa ogni giorno sto male. Difficilmente butto da parte un libro che non mi appassiona: mi sforzo e lo finisco. Oggi compro a scatola chiusa i gialli di Camilleri. Mi interessano i giallisti svedesi, che ci permettono di entrare in una società che ci era sfuggita. Ma io leggo veramente di tutto. Nick Hornby dice che oggi nella letteratura mancano dei fuoriclasse alla Messi o alla Cristiano Ronaldo, ma io credo che salteranno fuori dopo. Difficilmente vengono apprezzati nella contemporaneità: è sempre successo nell’arte». E i fumetti, altra sua grande passione? «Sono un grande appassionato di Tex e delle collane della Bonelli. Ho conosciuto tanti disegnatori: Milo Manara, Scòzzari, Bonvi, Magnus. Ero un grande amico di Andrea Pazienza. Ricordo un’alba al mercato dei fiori con noi due, non proprio lucidi, che ci strappammo letteralmente le giacche per gioco. La notizia della morte me la diede Sergio Staino: ero in un hotel, dopo un concerto». Si ferma, un po’ commosso. Poi mi parla della sua passione per Paperino, «ma solo quello disegnato da Carl Barks. Ho la collezione completa». Le Americhe. Quella del prozio Enrico, quella di Paperino e quella di Dylan (prima mi ispiravo ai francesi, tipo Brassens, ma quando ho ascoltato The Freewheelin’ è cambiato tutto»), Mi viene in mente che con le sue canzoni ho conosciuto Borges, Roland Barthes, Edgar Lee Masters. Lui ha preso un po’ da Dylan, io un po’ da lui. Magari vuoi dire questo, essere paralleli.

 

 

Da “La Stampa” del 29 novembre 2012:

Francesco Guccini, il cantautore più letterario e meno umbratile, non inciderà più dischi e non terrà più concerti. Scusate il nodo in gola, mentre me lo racconta con occhi disarmati al bar, stringendosi nelle spalle come se ogni altra opzione fosse stata ormai ben esaminata e scartata. Del resto, lancia segnali inequivocabili l’ascolto dell’Ultima Thule, l’album appena uscito, nobile vetta della carriera dell’artista ora alla soglia dei 73 anni. Se può depistare un po’ l’inizio di “Canzone di notte n.4”, con teneri ricordi di nonni che invitano in dialetto a spegnere la luce e a dormire, subito insospettisce “L’ultima volta”, un puntiglioso, poetico elenco di ricordi implacabili (“Quand’è stata l’ultima volta che hai sentito tua madre cantare?”). E dopo il lusso antico di due pezzi sulla lotta partigiana e sul 25 aprile, sceglie il sarcasmo “Il testamento del pagliaccio”, una marcia da banda che immagina il corteo di un funerale pittoresco: “Ci vorrebbe un qualche A mia insaputa”, uno stilista mago del sublime, una qualche troietta di regime…” Inequivocabile, però, il gran finale su “L’ultima Thule”, da lacrima per i gucciniani: il marinaio che ha doppiato tre volte Capo Horn cede le armi. “Non son più quello e non ho più il coraggio di veleggiare su un vascello morto”, canta con ispirazione accorata. Eppure la voce è vigorosa, rotonda. Eppure la musica è curata come non mai, con cambi divertiti di atmosfere. C’è perfino un uccellino capitato a cinguettare accanto al mulino di famiglia di Pàvana dove l’album è stato registrato con gli amici di sempre, a dare una speranza che le parole del Maestrone spengono subito.

L’album è portentoso, caro Francesco. Ma cos’è ‘sta storia del marinaio che si è stufato di navigare?

“E’ giunta l’ora di tirare i remi in barca, mia cara. Basta anche con i concerti. A quest’età veneranda si fa fatica, c’è tensione. Mi sento più sereno così”.

 

Articolo de “La Stampa” (2012)

Ma se le venisse un’ispirazione se il tappo mentale saltasse?

“Per anni se stavo senza toccare la chitarra stavo male, ora passo mesi senza farlo. Una vita di notti a suonare, ora ho l’agenda piena di nomi di amici che non ci sono più. Resta la scrittura, che mi piace ed è più comoda perché stai a casa tua senza dover dimostrare nulla. E’ bello smettere in un momento favorevole: del resto Roth non scriverà più . libri, Tarantino non farà più film. Sono in buona compagnia”.

 

L’album è una bella botta di emozioni.

“Sono contento perché ho lavorato bene, Flaco Biondini ha scritto tanto. Ho scelto di lavorare al Mulino del mio bisnonno perché la sala d’incisione è catacombale e non si può’ fumare. Tra l’altro due miei cugini ci apriranno un Bed & Breakfast.

 

“L’ultima Thule”è anche il vascello desolato di copertina.

“Dal ’72 pensavo che il mio ultimo disco si sarebbe chiamato così. Il titolo è una vaga reminiscenza di letture giovanili, un concetto estremo, un punto d’arrivo finale. La prima strofa l’ho scritta 15 anni fa, ma è stata l’ultima canzone ad essere finita”,

 

Un brano sulla guerra partigiana, uno sul 25 aprile: per la società senza memoria?

“Pochi sanno, ma se quattro milioni han votato alle primarie, è segno che qualcuno non vuole dimenticare. Poi da Feltrinelli l’altro giorno avrò firmato 500 autografi, tutti per ragazzi”.

 

Sicuro che non farà più concerti?

“Al 99 per cento”.

 

Nel brano “Gli artisti” lei si definisce un artigiano. Non le sembra di prenderla troppo bassa?

“Quando suonavo nelle balere, c’era uno con me che aveva un cappotto di velluto spesso nero, con una fodera rosso cardinale. Dissi a sua madre sarta: “Non è un po’ troppo?”. E lei: “Ma siete artisti”. Si abusa del termine. lo mi sento uno che fabbrica oggetti: è mica male saper fare con le mani».

 

 

Da “La Repubblica” del 29 novembre 2012:

Articolo de “La Repubblica” (2012)

Adesso che ha visto tutto questo – dati cause, pretesto e attuali conclusioni – Francesco Guccini smette di scrivere canzoni. Ma non c’è niente di avvelenato nell’annuncio del ritiro, anzi tranquillità e ciglio asciutto alla presentazione del suo ultimo (in ogni senso, ora) disco. Che si intitola “L’ultima Thule”, luogo che nelle leggende antiche era oltre i confìni del mondo conosciuto, «e ho sempre pensato che il mio ultimo disco si sarebbe chiamato così. Solo che lo pensavo già quando facevo “Radici”. Era il 1972, e con canzoni come “La locomotiva” e “Il vecchio e il bambino” iniziò a essere uno dei più carismatici cantautori italiani, ricco di ironia folk  impegno, disincanto, cultura, memoria, malinconia. “Comporre mi è sempre più difficile, la voglia si è esaurita, quel che dovevo dire l’ho detto. Ed escludo di fare altri tour. E poi smettono Quentin Tarantino, Michael Phelps e Philip Roth, potrò dedicarmi anche io ad altro, no?». Un “altro” che non sarà poi troppo diverso dal comporre canzoni: «Continuerò a scrivere libri». E se involontariamente gli scappasse una canzone? «La darei a Beppe Carletti, che me la chiede da tempo per il mezzo secolo dei Nomadi. Ad altri colleghi ne darei anche ma non ne vogliono: si vede che sono considerato ai margini di un certo mondo». Lo dice senza rimpianti, «anche perché non ne ho. Ho iniziato per caso, solo perché volevo suonare, e poi l’Equipe84 e i Nomadi cantarono “Auschwitz” e “Dio è morto”. Il mio vero desiderio era fare lo scrittore, invece mi son ritrovato cantautore». A 72 anni potrà dedicarsi a tempo pieno al sogno di ragazzo, sembra quasi una sua canzone. In tutto questo ci sarebbe anche da dire qualcosa su “L’ultima Thule”, disco di otto inediti atteso da altrettanti anni. Disco gucciniano che di più non si può. C’è l’impegno politico, con “Su in collina” Quel giorno d’aprile” dedicate ai partigiani e “Il testamento di un pagliaccio”, «canzone di satira politica, e il pagliaccio siamo noi cittadini. umiliati da situazioni sconcertanti” E c’è molto la terra, nel senso delle piccole comunità, dei ricordi, del passato: in “Canzone di notte n. 4” che apre il disco, due cugini gli parlano nel dialetto di Pavana, il paese d’origine dove è tornato a vivere, «e dove da ragazzo ho vissuto gioie infinite, che i giovani di ara non potranno mai provare con le Playstation, tipo rubare le patate, cuocerle su un falò, bere latte appena munto dalle capre». E l’intero album è registrato al mulino di famiglia, che ora è un Bed & Breakfast: «Nell’androne batteria e contrabbasso, in magazzino sax e chitarre, io in sala da pranzo». Pavana è appena oltre il confine fra Toscana ed Emilia, come dire a metà strada fra Renzi e Bersani, e naturalmente Guccini non si sottrae a commentare le primarie: «Bell’ episodio di democrazia, anche se sospetto che non tutti i votanti fossero di sinistra. Spero che l’affluenza non cali troppo al ballottaggio. lo ‘ho scelto Bersani». Ma l’impressione è che la politica gli scaldi meno il cuore. Questione di età, forse, «sono nato nella prima metà del ‘900, non ho il telefonino, metto i cd al contrario, non capisco i discografici che usano parole tipo “banner” e “preorder”. E se mi metto a contare quanti amici e parenti sono morti non finisco più. Mi piace sperare in una specie di panteismo, l’idea di ritrovarli in un futuro. Avevo anche pensato a una Spoon River di Pavana, poi ho lasciato stare. Insomma alla morte ci penso, ovvio. E in questo disco  ne parla la canzone “L’ultima volta”. Oh, ma sia chiaro, “L’ultima Thule” è la mia fine artistica, mica la mia fine e basta».

 

I TESTI – LATO A

 

Hey notte che mi arrivi di soppiatto
notte senza rumori e senza imprese
hey notte che ti strusci come un gatto
contro gli angoli più oscuri del paese
hey notte che ti insinui in ogni anfratto
notte pavanese
hey notte che impprovvisa sei discesa felina e silenziosa come il lupo
che non permetti difesa nè resa
e tutto avvolgi in un mantello cupo
hey notte che mi ha vinto di sorpresa del tuo viluppo
il fiume muglia sempre laggiù in fondo
e nel silenzio bevi la sua voce
racconta questo eterno vagabondo storie del viaggio da sorgente a foce
ma lo interrompe un camion errabondo che romba veloce
hey notte che ricalchi l'atmosfera pacata e dolce di quando ero bambino
e la batola ritmica sbatteva in casa giù dai ruoti all'abbaino
e sentivi le macine frusciare dentro il mulino
hey notte quante notti che ho incontrato
quando tutti eravamo ancora ignari di quel che ci sarebbe capitato
notti senza traguardi e cellulari
e immortali avevamo forza e fiato come corsari
la notte la lasciavi scivolare che poi svaniva col primo barlume
età acerba e una gran voglia di andare
a parlare coi boschi e col fiume
mentre adesso quel mondo ti scompare sotto il bitume
hey notte che sussuri lentamente le rime di poeti ormai scordati
pagine lette a vuoto, tutto e niente
giorni e ricordi già dimenticati
"chimici" giochi erosi dalla mente, via frantumati
hey notte larva oscura di altre notti
rabbiose, fatte a morsi, divorate
prendendo a gabbo ipocriti e bigotti
lunghe d'inverno eterne nelle estati
chitarre e vino e via come cazzotti
notti passate
ma tutto cambia attorno e già lo sai
ti gira dentro e fuori la tua età
e allora notte, che mi porterai?
rimpianto, quiete, noia o verità?
o indifferente a tutto te ne andrai senza pietà?
notte di stelle a correre nel cielo
o son le nubi che spinte dal vento sbatacchiano impazzite come un telo
che cambia forma e posa ogni momento
e la luna scompare dietro un velo d'ombra e d argento
le poche luci accese sulle coste figurano un presepio di maniera
immagini animali nelle roste
e voci d'altri tempi ed altra era
domande accennano risposte e una preghiera
hey notte che mi lasci immaginare
fra buie luci quando tutto tace
di giorni per la quiete e per lottare
il tempo di tempesta e di bonacce
notte tranquilla che mi fai trovare forse la pace.

Quando è stata quell'ultima volta
che ti han preso quei sandali nuovi
al mercato coi calzoni corti
e speranza d'estate alla porta

ed un sogno che più non ritrovi
e quei sandali duravan tre mesi
poi distrutti in rincorse e cammino
quando è stata quell'ultima volta
che han calzato il tuo piede bambino
lungo i valichi dell'Appennino

Quando è stata quell'ultima volta
che ti ho vista e poi forse baciata
dimmi adesso ragazza d'allora
quando e dove te ne sei andata
perchè e quando ti ho dimenticata

Ti sembrava durasse per sempre
quell'amore assoluto e violento
quando è stato che finito il niente
perchè è stato che tutto si è spento
non ha visto nemmeno settembre

Quando è stata quell'ultima volta
che hai sentito tua madre cantare
quando in casa leggendo il giornale
hai veduto tuo padre fumare
mentre tu ritornavi a studiare
in quei giorni ormai troppo lontani
era tutto presente e il futuro
un qualcosa lasciato al domani
un'attesa di sogno e di oscuro
un qualcosa di incerto e insicuro

Sarà quando quell'ultima volta
che la vedi e la senti parlare
quando il giorno dell'ultima volta
che vedrai il sole nell'albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare
che pian piano si ferma e scompare.

Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina
Sotto una neve che imbiancava tutto
Dovevamo incontrare su in collina
L'altro compagno, Figl' del Biondo, il Brutto

Il vento era ghiacciato e per la schiena
Sentivamo un gran gelo da tremare
C'era un freddo compagni su in collina
Che non riuscivi neanche a respirare

Andavamo via piano, "E te cammina!"
Perché veloci non si poteva andare
Ma in mano tenevam la carabina
Ci fossero dei Crucchi a cui sparare

Era della brigata Il Brutto su in collina
Ad un incrocio forse c'era già
E insieme all'altra stampa clandestina
Doveva consegnarci "l'Unità"

Ma Pedro si è fermato e stralunato
Gridò "Compagni mi si gela il cuore
Legato a tutto quel filo spinato
Guardate là che c'è il Brutto, è la che muore"

Non capimmo più niente e di volata
Tutti corremmo su per la stradina
Là c'era il Brutto tutto sfigurato
Dai pugni e i calci di quegl'assassini

Era scalzo, né giacca né camicia
Lungo un filo alla vita e tra le mani
Teneva un'asse di legno e con la scritta
"Questa è la fine di tutti i partigiani"

Dopo avere maledetto e avere pianto
L'abbiamo tolto dal filo spinato
Sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
Che avrebbero pagato tutto quanto.

L'abbiam sepolto là sulla collina
E sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
Un saluto da tutto il battaglione

Col cuore stretto siam tornati indietro
Sotto la neve andando, piano piano
Piano sul ghiaccio che sembrava vetro
Piano tenendo stretta l'asse in mano

Quando siamo arrivati su al comando
Ci hanno chiesto: "La stampa clandestina!"
Cassio mostra il cartello in una mano
E Pedro indica un punto su in collina

Il cartello passò di mano in mano
Sotto la neve che cadeva fina
In gran silenzio ogni partigiano
Guardava quel bastone su in collina.

Il cannone è una sagoma nera contro il cielo cobalto
ed il gallo passeggia impettito dentro il nostro cortile
se la guerra è finita perché ti si annebbia di pianto
questo giorno d'aprile

Ma il paese è in festa e saluta i soldati tornati
mentre mandrie di nuvole pigre dormono sul campanile
ed ognuno ritorna alla vita come i fiori dei prati
come il vento di aprile

E la Russia è una favola bianca che conosci a memoria
e che sogni ogni notte stringendo la sua lettera breve
le cicogne sospese nell'aria il suo viso bagnato di neve

E l'Italia cantando ormai libera allaga le strade
sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce
e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride
mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce
e chissà se hai addosso un cappotto o se dormi in un caldo fienile
sotto il glicine tuo padre lo aspetti
con il sole d'aprile

E' domenica e in bici con lui hai più anni e respiri l'odore
delle sue sigarette e del fiume che morde il pontile
si dipinge d'azzurro o di fumo ogni vago timore
in un giorno di aprile

Ma nei suoi sogni continua la guerra e lui scivola ancora
sull'immensa pianura e rivela in quell'attimo breve
le cicogne sospese nell'aria, i compagni coperti di neve

E l'Italia è una donna che balla sui tetti di Roma
nell'amara dolcezza dei film dove canta la vita
ed un papa si affaccia e accarezza i bambini e la luna
mentre l'anima dorme davanti a una scatola vuota

Suona ancora per tutti campana e non stai su nessun campanile
perché dentro di noi troppo in fretta ci allontana
quel giorno di aprile.

I TESTI – LATO B

 

Cari amici ascoltatelo un momento
sta per morire e così l'ha finita
la pagliacciata che chiamava vita:
sta per morire, e ha fatto testamento.

Cristalli di pensiero, ali di vento
ululeranno cupi questa sera
salmodieranno monaci in preghiera
perché si in pace lui muore contento.

Di cosa muore? muore intossicato
da sogni vani di democrazia,
rifiuta i compromessi alla bugia.
Muor contento? no, da disperato.
Ma cosa importa, è giunto fino in fondo
alla sua saga triste e divertente
a una vita ridicola e insipiente;
lui muore, infine, e noi restiamo al mondo.

Vi vuole tutti, amici, al funerale
con gli abiti migliori come a festa;
sarà civile, ma ci vuole in testa
sei politici servi e un cardinale.
Vaniloqui ed incenso siano attorno
promesse non risolte, altri rumori,
non risparmiate amici peccatori
qualche laica bestemmia per contorno.
Poi ci vorrebbe qua, mi consenta,
uno stilista mago del sublime,
un vip con la troietta di regime,
e chi si svende per denari trenta;
un onesto mafioso riciclato,
un duro, puro e cuore di nostalgico,
travestito da quasi democratico
e che si sente padrone dello Stato.

E per chiusura del mesto corteo
noi tutti fingeremo un'orazione
ricordando quel povero coglione
cantando in gregoriano "marameo".

Poi morto, sia sepolto, e con le mani
si sparga attentamente sul defunto
quello che l'ha ridotto, qua a questo punto
le utopie, i sogni, i desideri vani.
Risate di disprezzo, tutti i pianti,
momenti di dolore, gioia, d'ira,
accatastati, sia fatta una pira
e si appiccichi il fuoco a tutti quanti.

Chiudete allora i cancelli e le porte
che sgorgano un fumo tossico e letale,
che ad ogni ingenuo, come lui, fa male;
come per lui, può condurre alla morte.
A noi non resterà che andare via,
e sciogliendoci da quel mortale abbraccio
ricorderemo forse quel pagliaccio
e la sua lotta ingenua e così sia.

Notti che durano non so quante ore
cascate impetuose o gocce in un mare
notti che bruciano su una ferita, notti boccate di vita

Notti indelebili che marchiano un volto
notti invisibili senza raccolto
notti da incorniciare, ore di plastica da riciclare.
Notti che spaccano il calendario senza brindare per l'anniversario
vasi di tempo che invecchiano l'uomo e le facciate di un duomo.

E con coraggio potrai viverle fino alla fine
o chiuderle in una bacheca,
ma è un'esistenza più cieca.

Con l'incoscienza potrai spenderle tutte in un sogno
per annegare il rimpianto e dare voce al tuo tempo
o forse le dimenticherai
forse le ascolterai.

Notti in difesa giocate di sponda
lì ad aspettare la tua giusta onda
notti da preda, da belva o da insetto
fuggite o prese di petto impermeabili ad ogni ricordo

C'è chi ne parla ma io resto sordo
notti acquazzoni d'estete
nubi gonfie di storie perdute

Le notti scivolano o raschiano il fondo
lievi di schiuma o pugni di piombo,
imprevedibili come naufragi,
notti da cani randagi.

Con la costanza potrai
seguirle fino a un traguardo,
voltarti indietro stupito,
ché non sei neanche partito.

Con la coerenza potrai
difenderle dalla vergogna,
o dare ragione a uno sbaglio,
strapparti di dosso il guinzaglio;
o forse le cancellerai,
forse le canterai.

Gli artisti non nascono artisti, non sembrano strani
animali ma nascono un po' come tutti,
come individui normali.
Hanno lacrime e riso,
hanno due occhi e due mani,
hanno stampata sul viso l'impronta di esseri umani.

Poi, appena un po' cresciuti,
li avvolge una strana espressione
e appare sui volti convinti la stigmate della vocazione.

Non sperano di fare il pompiere,
l'astronauta o il ciclista,
non vogliono un comune mestiere
ma vogliono essere artista.

Non sono più alti o più belli
ma indossano panni curiosi,
son quelli che lancian coltelli
sognando di esser famosi. C'è quello che annaspa
e si pigia da abile contorsionista, chiudendosi in una valigia con un costume d'artista.

E girano il mondo dei circhi, vagando di quà e di là,
paghi d'applausi sol quando si inchinano e gridan "Voilà"!
E amano donne fedeli, che aspettano
nel carrozzone, rattoppano una calzamaglia
e adorano il loro campione.

Ci sono il cantante e l'attore, il poeta, lo stilista,
spesso son geni incompresi ma sempre si sentono artista.
Ah come invidio gli artisti che vivono nell'utopia!
Perché anche una vita infelice si illumina con la fantasia.

Io semplice essere umano,
costretto a costretti ideali,
sono solo un umìle artigiano
e volo con piccole ali.
Fabbrico sedie e canzoni,
erbaggi amari, cicoria, o un grappolo di illusioni
che svaniscono dalla memoria,
e non restano nella memoria.

Io che ho doppiato tre volte capo Horn e ho navigato sette volte i sette mari e ho visto mostri ed animali rari, l'anfesibena, le sirene, l'unicorno.

Io che tornavo fiero ad ogni porto dopo una lotta, dopo un arrembaggio, non son più quello e non ho più il coraggio di veleggiare su un vascello morto.

Dov'è la ciurma che mi accompagnava e assecondava ogni ribalderia? Dove la forza che la circondava? Ora si è spenta ormai, sparita via.

Guardo le vele pendere afflosciate con i cordami a penzolar nel vuoto, che sbatton lenti contro le murate con un moto continuo, senza scopo.

E vedo in aria un'insensata danza di strani uccelli contro il cielo bigio cantare un canto in questo mondo grigio, un canto sordo ormai, senza speranza.

E qui da solo penso al mio passato, vado a ritroso e frugo la mia vita, una saga smarrita ed infinita di quel che ho fatto, di quello che è stato.

L'Ultima Thule attende al Nord estremo, regno di ghiaccio eterno, senza vita, e lassù questa mia sarà finita nel freddo dove tutti finiremo.

L'Ultima Thule attende e dentro il fiordo si spegnerà per sempre ogni passione, si perderà in un'ultima canzone di me e della mia nave anche il ricordo.